Cosa Resta (racconti d'osservazione) | Cronache dal Deserto Rosso

«È troppo semplicistico dire, anche se sono stati in molti a dirlo, che io faccio un atto di accusa contro questo mondo industrializzato e inumano che schiaccia l’individuo e lo nevrotizza. Al contrario, la mia intenzione (anche se spesso uno sa molto bene da dove parte, ma non ha idea di dove arriverà) era di rendere la bellezza di quel mondo. Anche le fabbriche possono essere dotate di grande bellezza. Le linee rette e curve delle fabbriche e delle loro ciminiere possono essere anche più belle di un filare d’alberi che l’occhio ha già visto troppe volte. È un mondo ricco, vivo, utile» (Michelangelo Antonioni)

Tempi, Immagini e suoni, elementi separati che concorrono al racconto di un luogo, elementi che si  rincorrono e ricongiungono. E proprio dal suono riparte la ricerca sul campo che poi si evolve in immagine che evolve e muta nel tempo. Cosa resta oggi, a mezzo secolo di distanza, del corpo di quei luoghi di produzione, che all'epoca di Antonioni simboleggiavano in qualche modo l'evoluzione del contemporaneo? Come sono mutati gli scenari e i luoghi nel nostro contemporaneo? La Ravenna post-Deserto Rosso Un’esplorazione fotografica del  territorio in cui viviamo, una ricerca sul paesaggio urbano, vedute delle città e dei suoi aspetti meno noti ed esplorati. Un viaggio durato anni seguendo itinerari non segnalati dalle guide turistiche , un viaggio lento che permette di osservare i segni che il tempo imprime sul corpo di questi paesaggi in continuo ed inesorabile mutamento. Segni permanenti lasciati dalla industrializzazione selvaggia degli anni 50 e 60, segni temporanei inflitti dal ciclico e infinto alternarsi di inverni e stagioni balneari, da stagioni di boom economico e da periodi difficili. Un osservazione lenta che permette di mettere a fuoco quello che non siamo abituati a guardare o che forse preferiamo non guardare. Un viaggio nel tempo, un tessuto di storie, racconti d’osservazione a proposito del Cosa Resta e delle tracce che stiamo decidendo di tramandare. Dai silenzi delle spiagge invernali ai suoni industriali di fabbriche e banchine, dalle sinfonie delle piallasse alla speranza di rinascita e rinnovamento dei quartieri cittadini.

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Il '900 è il secolo della memoria. È ossessionato dal ricordare, è il secolo che vuole archiviare tutto, che ha chiesto, a partire da Freud in poi, passando per Bergson e Proust fino all'indicibile della Shoah, di attivare un'impossibile recupero dell'oblio. E ciò che resta?Cammina e ascolta Adriano. Non so se sia più il camminare o l'ascoltare quando tira il grilletto della macchina fotografica. Certo, si sente l'orecchio teso a radiografare i sussurri di chi ha abitato i relitti. Sirene, mostri, fantasmi, esseri dall'aspetto grottesco, come la donna cannone. Non torneremo più..., cantava De Gregori proprio in quel secolo onnivoro di memoria cartapesta. Non torneranno gli operai dei cantieri, gli oggetti dei magazzini sventrati, le navi nel canale. Tutti insieme alla donna cannone. Non torneranno, forse, neanche i tedeschi sulle spiagge della selvaggia riviera, che tutto ha inghiottito. Dune, costumi da bagni a pallini, paillettes, discoteche, pezzi di spiaggia. Dicono che arriverà una grande onda. Lo dicono anche fini scienziati, ma nessuno veramente ci crede.La fotografia non restituisce il visibile: lo rende visibile, parafrasando Klee che lo diceva per l'arte in generale. È quindi una ricreazione (in senso duplice) del reale, che come tale squarcia una patina, ha quindi anche una certa violenza, che è parte di ogni rottura. Il bianco e nero, che sottolinea l'artificio della visione, non aiuta a rimarginare la ferita. La nostra memoria ci permette di esistere grazie alla rimozione: Zanni ce lo impedisce, anzi se lo impedisce, continuando a camminare e ascoltare i luoghi abbandonati. È un fotografo terapeuta di quelli vecchio stampo, di quelli che non ti obbligano a tornare indietro sul filo del rimosso. “Non vuole ripensare a quel giorno in cui...e dirmi cosa ricorda?”. No, guardi, io vorrei dimenticare l'industrializzazione forzata, l'abbandono delle campagne. Mio nonno che venne da un'altra città e si ritrovò in un villaggio ideale, che di ideale aveva solo il fatto di non essere congiunto alla città... “Non si ricorda per caso di un oggetto...”. Ecco, le torri, gli oggetti abbandonati. Chi piantò quell'albero? Possiamo offrire solo qualche corpo, diceva Barthes. Non possiamo pensare la Fotografia, ma solo una fotografia. Certo, essa ratifica ciò che è stato. Che però è incarnato in una singolarità fotografica: quel giorno lì, passando in quel momento, con quella luce. Ma dottore devo proprio ricordare la mia fotografia? E poi?Ciascuno ha una autobiografia, un suo modo di raccontare e dimenticare la propria vita. Ha anche il suo album di immagini, mentali (quelle molto votate alla dispersione e distorsione) e fotografiche. In questo onnivoro nuovo millennio l'ossessione dell'autodeterminazione visiva diventa gesto rituale e ripetitivo. Un selfie continuo. Un selfie ironico, con il dito medio alzato alla Ai Wei Wei, oppure semplicemente protestatario e singolare. Io esisto e sono qui. La cultura del narcisismo si spande a macchia d'olio, corrompendo la ruggine degli archivi, che si volatilizzano. L'imperativo è “vivi all'altezza della tua originalità”, dimentica di essere uno di molti miliardi, mai così tanti così insieme. Sii singolare. Nella sua foto autobiografia Zanni non c'è: c'è il suo sguardo sospeso, c'è qualche corpo in vita sfocato, ci sono soprattutto gli assenti. O meglio, quasi assenti. C'è quello che sta per sparire. Senza l'oblio la memoria non esiste, esso si integra al lavoro della memoria, la tiene sospesa e vigile. È il semaforo lampeggiante della grande alluvione. Non possiamo non ricordare anche la dissipazione, il fallimento, lo sperpero, per dirla con Elias Canetti, se vogliamo ricordare la nostra giovinezza. O la giovinezza della nostra quasi città, l'impornta sulla terra di quelli senza nome. (Elettra Stamboulis)